Il mercato italiano dei crediti deteriorati nel 2025 è ormai entrato in una fase di maturità. Dopo anni di riduzione progressiva dello stock e di forte attività di de-risking da parte delle banche, l’Italia si conferma infatti tra i Paesi europei più virtuosi nella gestione degli NPL.
Secondo le previsioni presentate al NPL Meeting di Cernobbio e agli ultimi report di Banca Ifis, i volumi medi di transazioni di Non Performing Exposure (NPE) si stabilizzeranno intorno ai 22 miliardi di euro annui nel triennio 2025-2027. Questo dato, apparentemente neutro, nasconde due elementi rilevanti: da un lato la tenuta del mercato secondario e la capacità degli operatori di assorbire nuove posizioni deteriorate; dall’altro, la conferma di un sistema bancario che ha imparato a prevenire il rischio piuttosto che a gestirlo solo in fase patologica.
Nel frattempo, il quadro europeo mostra segnali opposti: lo stock lordo di NPE delle banche significative UE ha raggiunto i 373 miliardi di euro, con Francia e Germania in peggioramento. L’Italia, invece, continua a ridurre il proprio tasso di incidenza, grazie a un ecosistema finanziario più prudente, a una maggiore efficienza nei processi di recupero e a una rete di servicer consolidata.
Il 2025 segna quindi un punto di equilibrio nuovo: meno emergenza, più gestione strategica. Un contesto che offre opportunità di investimento e di ristrutturazione, ma richiede anche attenzione costante ai settori più vulnerabili.
Volumi di NPE in Italia: 22 miliardi di euro annui nel triennio 2025-2027
Secondo le stime presentate da Banca Ifis al NPL Meeting 2025, il mercato italiano dei Non Performing Exposure manterrà nei prossimi anni una stabilità intorno ai 22 miliardi di euro di volumi transati ogni anno, per un totale di circa 66 miliardi nel triennio 2025-2027. Una cifra inferiore rispetto ai picchi raggiunti nel quinquennio successivo alla pandemia, ma che testimonia la continuità operativa del comparto e la sua capacità di adattamento a un contesto macroeconomico più selettivo.
L’andamento evidenzia una progressiva normalizzazione del mercato, dove la cessione di crediti deteriorati non rappresenta più una misura d’emergenza, ma una leva di gestione attiva del rischio. Gli operatori specializzati — fondi, servicer e piattaforme di recupero — si stanno muovendo su operazioni più mirate, con ticket medi inferiori e un focus crescente su portafogli granulari di crediti corporate e retail.
La composizione dei flussi conferma inoltre un riequilibrio tra mercato primario (cessioni dirette da parte delle banche) e mercato secondario, sempre più dinamico grazie a strategie di ristrutturazione e re-performing dei portafogli acquistati negli anni precedenti. Questo fenomeno indica che il ciclo di vita dei crediti deteriorati sta diventando più breve e gestito in modo industriale, con un impatto positivo sulla solidità complessiva del sistema bancario.
In prospettiva, il livello di 22 miliardi annui può essere interpretato come una soglia fisiologica per un mercato maturo: sufficiente a mantenere la liquidità e l’interesse degli investitori, ma lontano dai livelli di crisi che avevano caratterizzato il decennio precedente.
Stock lordo di crediti deteriorati in Europa: 373 miliardi di euro
Mentre l’Italia consolida la propria posizione, il quadro europeo mostra segnali di tensione.
Secondo le ultime analisi diffuse durante l’NPL Meeting di Cernobbio, lo stock lordo di Non Performing Exposure (NPE) delle banche significative dell’Unione Europea ha raggiunto nel 2025 quota 373 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 354 miliardi registrati nel 2024.
Il dato riflette un peggioramento diffuso nei principali sistemi bancari continentali, con Francia e Germania in prima linea tra i Paesi dove i tassi di deterioramento del credito sono tornati a crescere.
In particolare, il sistema francese mostra un incremento legato all’esposizione verso le PMI e il credito immobiliare, mentre in Germania pesano la contrazione del manifatturiero e la maggiore incidenza dei prestiti corporate in difficoltà.
Il divario con l’Italia appare evidente: nel nostro Paese, il tasso medio di NPL rispetto al totale dei crediti bancari si mantiene su livelli tra i 2,5% e i 3%, contro una media europea superiore al 5%. Questa differenza è frutto di politiche di derisking più anticipate e dell’effetto strutturale delle cartolarizzazioni GACS, che hanno consentito alle banche italiane di alleggerire in modo significativo i propri bilanci già negli anni precedenti. Ne risulta un sistema più resiliente, dove le nuove sofferenze vengono intercettate precocemente e smaltite attraverso un ecosistema di gestione del credito consolidato e una rete di investitori istituzionali più esperti.
L’Europa si trova dunque in una fase asimmetrica: mentre alcuni mercati affrontano un nuovo ciclo di deterioramento, l’Italia dopo anni di risanamento si presenta oggi come uno dei benchmark di riferimento nella gestione proattiva degli NPL.
Perché in Italia gli NPL diminuiscono mentre in Europa aumentano
La tenuta del sistema italiano rispetto al resto d’Europa non è casuale. È il risultato di una trasformazione strutturale che ha reso la gestione dei crediti deteriorati una componente stabile dell’economia finanziaria, e non più una reazione emergenziale.
Tre fattori spiegano la divergenza tra l’Italia e gli altri Paesi UE.
Il primo è l’anticipo temporale con cui le banche italiane hanno affrontato la crisi dei crediti: il processo di derisking è iniziato già dal 2016, con l’introduzione delle GACS (Garanzie sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze) e il consolidamento di una filiera di operatori specializzati. Questa infrastruttura ha consentito di smaltire rapidamente grandi portafogli e di generare competenze interne ed esterne.
Il secondo elemento è la maggiore efficienza del mercato secondario, oggi in grado di gestire la cessione, il recupero e la ristrutturazione dei crediti con logiche industriali. Fondi di investimento, servicer e piattaforme fintech operano con modelli predittivi e strumenti di analisi dati che permettono di monitorare precocemente il rischio di default.
Infine, pesa la disciplina regolamentare introdotta da Banca d’Italia e BCE, che ha imposto criteri più rigorosi nella classificazione delle esposizioni e nella valutazione del rischio creditizio.
Le banche hanno imparato a intervenire prima che un credito diventi deteriorato, attivando misure di rinegoziazione o cessione parziale in fase fisiologica, riducendo così l’impatto sul capitale.
Mentre in Europa i tassi di deterioramento tornano a salire per effetto della stretta monetaria e del rallentamento industriale, l’Italia mostra una cultura della prevenzione: un approccio che trasforma il credito problematico in un asset gestibile e valorizzabile.
Settori economici più esposti al rischio NPL nel 2025
Nonostante il quadro generale di stabilità, alcuni comparti dell’economia italiana restano più vulnerabili alla riemersione di crediti deteriorati.
Nel 2025, i principali fattori di rischio si concentrano in tre aree: PMI manifatturiere, real estate e credito al consumo.
Le piccole e medie imprese rappresentano ancora il cuore pulsante del tessuto produttivo italiano, ma anche il segmento più sensibile ai cambiamenti nei tassi di interesse e nei tempi di incasso. L’aumento del costo del denaro, unito alla riduzione dei margini di liquidità, ha reso più fragile la gestione della tesoreria e della leva finanziaria. Le esposizioni deteriorate derivano soprattutto da ritardi nei pagamenti lungo la filiera e da un indebolimento del potere contrattuale delle imprese subfornitrici.
Nel settore immobiliare, la pressione maggiore riguarda i mutui corporate e i finanziamenti per progetti di sviluppo, dove l’aumento dei costi di costruzione e l’incertezza della domanda rallentano i flussi di rimborso. Tuttavia, grazie a una gestione più cauta rispetto al passato, il rischio sistemico resta contenuto e in larga parte monitorato dagli istituti di credito.
Infine, cresce l’attenzione verso il credito al consumo, dove l’inflazione e l’erosione del reddito reale delle famiglie possono tradursi in nuovi arretrati, specialmente nei prestiti personali e nei finanziamenti auto. Le banche e gli operatori fintech stanno rispondendo con modelli di valutazione più predittivi e con politiche di early warning che anticipano la segnalazione di deterioramento.
Nel complesso, la qualità del credito rimane sotto controllo, ma il monitoraggio settoriale sarà determinante per evitare un effetto domino: nel 2025 la sfida non è più ridurre lo stock, ma prevenire la formazione di nuovi NPL in un’economia che rallenta ma non si ferma.
Prospettive 2026-2027: stabilità o nuovo ciclo di deterioramento?
Guardando al biennio 2026-2027, le previsioni delineano uno scenario di stabilità dinamica: i volumi di crediti deteriorati dovrebbero mantenersi su livelli fisiologici, ma la tenuta complessiva dipenderà dall’evoluzione dei tassi, dall’andamento economico e dalla solidità del sistema produttivo.
Il rischio principale resta legato alla persistenza di un costo del denaro elevato. Un tasso BCE che si mantenesse oltre il 3% potrebbe continuare a comprimere la liquidità delle imprese e delle famiglie, generando nuove tensioni sul fronte dei crediti retail e delle PMI. Al contrario, un graduale allentamento della politica monetaria favorirebbe un riequilibrio finanziario e una maggiore capacità di rimborso.
Tra i fattori da monitorare vi è anche la trasformazione del credito energetico e green, dove il rallentamento degli incentivi e la complessità regolatoria possono generare inadempienze inattese, specie tra le imprese medio-piccole che hanno investito in efficienza e fotovoltaico con leva bancaria.
Nel comparto immobiliare, la ripresa dei cantieri e l’evoluzione dei prezzi al consumo potrebbero invece sostenere un lento recupero di stabilità, riducendo la probabilità di nuove sofferenze.
Le banche italiane, oggi più patrimonializzate e digitalizzate, partono da una posizione di forza: hanno imparato a leggere i segnali di deterioramento con mesi di anticipo e a intervenire con strumenti diversificati dalla rinegoziazione alla cessione parziale. Tuttavia, la sfida dei prossimi anni sarà mantenere questa capacità anche in un contesto economico meno prevedibile.
Nel complesso, gli analisti concordano: non si intravedono i presupposti per un nuovo ciclo di crisi NPL, ma la fase di vigilanza non è finita. Il mercato del credito sta cambiando volto e, con esso, anche la natura stessa del rischio bancario.



