Un credito commerciale diventa più rischioso quando il comportamento del cliente, la qualità della documentazione e le prospettive di recupero iniziano a peggiorare. Un ritardo isolato non determina necessariamente un’insolvenza, ma una sequenza di rinvii, contestazioni e segnali finanziari negativi richiede una valutazione strutturata. Intervenire tempestivamente permette di conservare più alternative e di evitare che il trascorrere del tempo riduca il valore economico della posizione.
Quali documenti servono per recuperare o cedere un credito commerciale?
Per recuperare o cedere un credito servono la fattura, i documenti che provano il contratto o l’ordine, le evidenze dell’avvenuta consegna o esecuzione e la corrispondenza con il debitore. La fattura elettronica trasmessa tramite il Sistema di Interscambio è oggi prova scritta idonea per richiedere un decreto ingiuntivo nei casi previsti dall’articolo 634 c.p.c.; in caso di opposizione, però, il creditore deve essere pronto a dimostrare anche il rapporto e la prestazione sottostante.
Prescrizione dei crediti commerciali: dopo quanto tempo si perde il diritto e come interromperla?
La prescrizione dei crediti commerciali stabilisce entro quanto tempo un’azienda può far valere il proprio diritto al pagamento. Lasciare trascorrere il termine applicabile senza compiere atti idonei può compromettere anche un credito documentato da contratto, fatture e prove di consegna.
Credito verso un’azienda in concordato preventivo: cosa deve fare il creditore?
Indice Cosa vuol dire quando un’azienda va in concordato preventivo? Quali sono gli effetti del concordato preventivo per i creditori? Cosa deve fare il creditore in caso di concordato preventivo? Come si verifica se il credito è stato inserito correttamente? Il creditore può continuare il recupero durante il concordato? Come funziona il voto dei creditori nel concordato preventivo? Cosa succede se un creditore vota contro il concordato? Nel concordato preventivo in continuità è possibile pagare i creditori? Quanto può recuperare un creditore chirografario? Un credito può essere ceduto durante il concordato preventivo? Quando conviene valutare la cessione del credito? Qual è la differenza tra concordato preventivo e liquidazione giudiziale per il creditore? Come valutare con un esempio un credito nel concordato? Dal credito nominale alla decisione concreta FAQ sui crediti nel concordato preventivo Un credito verso un’azienda in concordato preventivo non scompare, ma viene inserito in una procedura che può modificarne tempi, modalità e percentuale di soddisfacimento. Per il creditore, ricevere la comunicazione del commissario giudiziale significa dover verificare rapidamente se importo, natura, eventuali privilegi e collocazione nella proposta siano stati rappresentati correttamente. Il concordato preventivo non coincide con la liquidazione giudiziale. L’impresa può proporre il soddisfacimento dei creditori attraverso la continuità aziendale oppure mediante la liquidazione del patrimonio, secondo le condizioni previste dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. La posizione del singolo creditore dipende quindi dalla data in cui è sorto il credito, dalla sua causa, dalle garanzie e dalla classe eventualmente assegnata. In questa guida analizziamo quali effetti produce il concordato, quali controlli deve compiere il creditore, come funziona il voto, quando un credito anteriore può essere pagato e in quali casi può essere utile valutarne la cessione. In sintesi Il creditore di un’azienda in concordato preventivo deve controllare la comunicazione ricevuta, confrontare importo e classificazione con i propri documenti, segnalare tempestivamente eventuali errori e valutare la proposta sulla base di percentuale, tempi, garanzie e alternativa liquidatoria. Il credito può essere ceduto, ma il suo valore dipende dalla posizione nella procedura e dal recupero netto atteso. Le iniziative da assumere vanno coordinate con il decreto di apertura, le eventuali misure protettive e i termini comunicati dal commissario. Cosa vuol dire quando un’azienda va in concordato preventivo? Quando un’azienda accede al concordato preventivo propone ai creditori una regolazione della propria crisi attraverso un piano sottoposto al controllo del tribunale. Il soddisfacimento può derivare dalla prosecuzione dell’attività, dalla liquidazione del patrimonio o da una combinazione di operazioni coerenti con la disciplina applicabile. Nel concordato in continuità, l’attività prosegue direttamente in capo all’impresa oppure indirettamente attraverso un altro soggetto. Nel concordato liquidatorio, invece, il risultato per i creditori dipende prevalentemente dalla vendita dei beni e dalle risorse esterne previste. La distinzione incide sulla costruzione delle classi, sulla distribuzione del valore e sulle condizioni di approvazione. Per il fornitore, il dato più importante non è quindi la sola apertura della procedura. Occorre leggere proposta, piano, relazione del commissario e documenti disponibili per capire quanto viene riconosciuto, quando dovrebbe essere pagato e da quali risorse dipende il risultato promesso. Quali sono gli effetti del concordato preventivo per i creditori? Gli effetti del concordato preventivo per i creditori dipendono innanzitutto dalla data del credito e dai provvedimenti adottati nella procedura. I crediti anteriori alla pubblicazione della domanda nel Registro delle imprese sono destinati a essere regolati dalla proposta omologata; i rapporti sorti successivamente richiedono invece una valutazione distinta in base alla loro funzione e al titolo. L’accesso alla procedura non autorizza il singolo creditore a ignorare il quadro concorsuale e proseguire come se nulla fosse. Se sono state richieste e concesse misure protettive, le iniziative esecutive e cautelari possono essere impedite o sospese nei limiti del provvedimento. Per questo non basta sapere che l’impresa ha presentato una domanda: bisogna verificare decreto, pubblicazioni e misure effettivamente operanti. Con l’omologazione, il concordato diventa obbligatorio per i creditori anteriori individuati dall’articolo 117 del Codice della crisi, anche se non hanno partecipato o hanno espresso voto contrario. Restano tuttavia da verificare eventuali diritti verso coobbligati, fideiussori e obbligati in via di regresso, che la norma mantiene impregiudicati. Cosa deve fare il creditore in caso di concordato preventivo? Il creditore deve prima di tutto verificare la comunicazione ricevuta dal commissario giudiziale e confrontarla con la propria contabilità. Importo, data di origine, titolo, interessi, pagamenti parziali, eventuali garanzie e causa di prelazione devono coincidere con i documenti aziendali. In particolare, il creditore dovrebbe: Questo controllo non dovrebbe essere rinviato alla fase del voto. Se l’importo è errato o il credito è inserito in una classe non coerente, il tempo utile per formulare osservazioni può essere limitato. Nei casi più rilevanti o controversi è opportuno coordinare subito amministrazione, consulente legale e professionista contabile. Come si verifica se il credito è stato inserito correttamente? Per verificare l’inserimento del credito bisogna confrontare l’elenco predisposto nella procedura con il fascicolo documentale del creditore. Nel concordato preventivo il commissario giudiziale verifica l’elenco dei creditori sulla base delle scritture contabili del debitore e apporta le rettifiche necessarie, come previsto dall’articolo 104 del Codice della crisi. Questa attività non coincide con l’insinuazione al passivo tipica della liquidazione giudiziale. Il creditore riceve il piano e l’avviso con le date del voto e deve utilizzare i canali indicati per far pervenire osservazioni, istanze o documenti. Se il credito è contestato, può essere ammesso provvisoriamente ai fini del voto secondo le decisioni assunte nella procedura, senza che ciò definisca necessariamente il merito del rapporto. È quindi importante separare due questioni: la partecipazione alla procedura e l’accertamento definitivo del credito. Una contestazione sull’importo non dovrebbe essere trattata come un dettaglio amministrativo, perché può incidere sul voto, sulla classe e sul pagamento previsto dal piano. Il creditore può continuare il recupero durante il concordato? Il creditore non dovrebbe proseguire automaticamente il recupero senza verificare gli effetti della domanda e delle eventuali misure protettive. Il Codice della crisi consente al debitore di chiedere protezioni che possono impedire l’inizio o la prosecuzione di azioni esecutive e cautelari sul patrimonio coinvolto nella regolazione
Piano di rientro del debito: quando conviene accettarlo e come tutelare il credito
Un piano di rientro del debito può tutelare il credito solo se sostenibile, documentato e accompagnato da condizioni chiare. Ecco cosa verificare prima di accettarlo.
Quali crediti si possono cedere?
In linea generale, un’azienda può trasferire a un altro soggetto i propri crediti commerciali e altri diritti di credito, anche senza il consenso del debitore, purché siano trasferibili, identificabili e non esistano divieti previsti dalla legge o dal contratto. La cedibilità, però, non deve essere data per scontata. Una fattura non ancora scaduta, un credito deteriorato, un credito futuro, un credito verso la Pubblica Amministrazione e un credito fiscale possono essere tutti potenzialmente trasferibili, ma seguono regole differenti. Prima di procedere occorre quindi verificare la natura del credito, il rapporto da cui deriva, la documentazione disponibile, eventuali clausole di incedibilità e le norme specifiche applicabili. In questa guida analizziamo quali crediti possono essere ceduti da un’azienda, quali richiedono verifiche particolari e quali elementi devono essere controllati prima di proporli a un potenziale acquirente. In sintesi In base all’articolo 1260 del Codice civile, il creditore può generalmente cedere il proprio credito anche senza il consenso del debitore. Possono essere ceduti crediti commerciali, scaduti, deteriorati e, in determinate condizioni, anche crediti futuri. Crediti fiscali e crediti verso la Pubblica Amministrazione seguono invece discipline specifiche. La cessione può essere esclusa quando il credito è strettamente personale, quando la legge ne vieta il trasferimento o quando esiste un valido patto di incedibilità opponibile al cessionario. Quando un credito può essere ceduto? Un credito può essere ceduto quando è trasferibile, esiste o è sufficientemente determinabile e non rientra tra le situazioni in cui la legge o un accordo contrattuale impediscono la cessione. Il riferimento normativo generale, come detto sopra, è l’articolo 1260 del Codice civile. La norma stabilisce che il creditore può trasferire il proprio diritto anche senza il consenso del debitore, purché il credito non abbia carattere strettamente personale e il trasferimento non sia vietato dalla legge. Questo significa che la regola generale è la cedibilità, mentre l’incedibilità di un credito rappresenta un’eccezione da verificare. Per un’azienda, tuttavia, la domanda non dovrebbe essere soltanto se il credito sia giuridicamente trasferibile. Prima di venderlo è necessario capire anche se sia: Un credito può infatti essere formalmente cedibile ma avere un valore molto limitato se è prescritto, fortemente contestato, privo di documentazione o vantato verso un debitore senza capacità patrimoniale. Quali crediti commerciali si possono cedere? I crediti commerciali possono generalmente essere ceduti quando derivano da vendite, forniture o prestazioni effettuate dall’impresa e non esistono specifici limiti alla loro trasferibilità. La cessione può riguardare, per esempio, crediti derivanti da fatture per beni consegnati, prestazioni di servizi, contratti di fornitura, lavori eseguiti, rapporti continuativi con clienti, canoni o altri corrispettivi contrattuali. Non è necessario che il credito sia già problematico. Anche un credito regolare e non ancora scaduto può essere ceduto, per esempio quando l’impresa vuole anticiparne la monetizzazione e rendere disponibile prima la relativa liquidità. Per alcune operazioni trova inoltre applicazione la Legge 21 febbraio 1991, n. 52, che disciplina specificamente determinate cessioni onerose di crediti d’impresa quando ricorrono i requisiti previsti dalla normativa. Negli altri casi restano applicabili le regole generali sulla cessione del credito contenute negli articoli 1260 e seguenti del Codice civile. Quando un credito commerciale diventa problematico o deteriorato? Un credito commerciale scaduto non diventa automaticamente un NPL in senso tecnico. Per un’impresa è più corretto valutare il progressivo deterioramento della posizione sulla base di elementi concreti come la durata dello scaduto, la situazione economica del debitore, i solleciti già effettuati, il mancato rispetto di eventuali piani di rientro, le contestazioni e l’esito dei tentativi di recupero. Nel settore bancario, invece, i crediti deteriorati seguono classificazioni specifiche e comprendono sofferenze, inadempienze probabili (UTP) ed esposizioni scadute o sconfinanti deteriorate. Mercatoria approfondisce questa distinzione nell’articolo Cosa si intende per crediti deteriorati? e nella guida Qual è la differenza tra UTP e NPL?. Per le imprese non bancarie, quindi, è più utile concentrarsi sulla qualità reale del credito e sulle possibilità concrete di recupero. Una posizione può diventare economicamente problematica molto prima di essere definitivamente inesigibile, soprattutto quando aumentano i tempi di incasso, diminuisce la solvibilità del debitore o le azioni di recupero iniziano a produrre risultati insufficienti. Quando questi elementi emergono, la cessione può diventare una delle alternative da valutare insieme al recupero, all’accordo di rientro o alla gestione giudiziale. Il tema è approfondito nella guida Mercatoria sulla cessione dei crediti deteriorati per le aziende. Si possono cedere fatture non ancora scadute? Le fatture non ancora scadute possono essere cedute perché il diritto di credito può esistere già prima della data prevista per il pagamento. Se la prestazione è stata eseguita e il credito è determinato o determinabile, l’impresa può quindi trasferirlo senza dover attendere che diventi insoluto. Questa possibilità viene utilizzata soprattutto quando l’azienda vuole anticipare la monetizzazione dei propri crediti commerciali. Una fattura con pagamento previsto a 60, 90 o 120 giorni rappresenta infatti capitale che l’impresa ha già maturato ma che non è ancora disponibile finanziariamente. In questo caso la cessione non nasce necessariamente da una difficoltà del debitore. Il cliente può essere perfettamente solvibile e rispettare normalmente le proprie scadenze. La valutazione terrà quindi conto soprattutto dell’importo, del tempo residuo prima del pagamento, dell’affidabilità del debitore e delle condizioni dell’operazione. Si possono cedere crediti già scaduti? I crediti già scaduti restano cedibili anche dopo il mancato pagamento, ma il ritardo modifica progressivamente il loro profilo economico e il rischio assunto dal potenziale acquirente. Una fattura scaduta da poche settimane verso un’impresa operativa e normalmente puntuale conserva infatti caratteristiche molto diverse rispetto a una posizione insoluta da diversi anni. La semplice data di scadenza non è quindi sufficiente per stabilire quanto il credito sia problematico o quale valore possa avere. Con il trascorrere del tempo diventano sempre più rilevanti il comportamento del debitore, i solleciti inviati, eventuali promesse di pagamento, piani di rientro non rispettati, contestazioni e azioni giudiziali già intraprese. Occorre inoltre verificare la situazione patrimoniale del debitore e l’eventuale avvicinarsi dei termini di prescrizione. La scadenza rappresenta quindi l’inizio dell’analisi, non la sua conclusione: ciò che conta è comprendere come sia cambiata nel tempo la probabilità concreta
Due diligence crediti insoluti: 5 segnali da monitorare
Un credito insoluto dovrebbe essere valutato non appena emergono elementi che mettono in dubbio il pagamento nei tempi concordati. Aspettare che il debitore interrompa completamente l’attività o entri in una procedura concorsuale può significare intervenire quando le possibilità di recupero si sono già ridotte. Un singolo ritardo non indica necessariamente che il credito sia compromesso. Diventa però necessario approfondire la posizione quando il mancato pagamento si accompagna a promesse non rispettate, continue richieste di proroga, difficoltà finanziarie del debitore, informazioni societarie negative o problemi nella documentazione. Valutare subito non significa necessariamente avviare un’azione giudiziale o cedere il credito. Significa comprendere quanto sia ancora recuperabile, con quali tempi e costi, e quale strategia sia più coerente con la situazione. In sintesi Un credito dovrebbe essere valutato subito quando il debitore non rispetta più le scadenze concordate, chiede continue dilazioni, manifesta difficoltà finanziarie, entra in liquidazione o in una procedura di crisi, oppure quando il tempo rischia di indebolire la documentazione e la possibilità di recupero. Individuare questi segnali consente di scegliere tempestivamente tra accordo, recupero, azione giudiziale o cessione. Cosa significa valutare subito un credito? Valutare subito un credito significa analizzare la posizione prima di decidere quale iniziativa assumere. L’analisi deve partire dall’origine del rapporto: contratto, ordine, fatture, documenti di trasporto, corrispondenza, eventuali contestazioni e garanzie. Occorre poi verificare la situazione del debitore, il tempo trascorso dalla scadenza, gli impegni di pagamento assunti e le prospettive concrete di recupero. Il principio contabile OIC 15 richiede alle imprese di verificare la presenza di indicatori che rendano probabile una perdita di valore del credito. Tra gli esempi indicati figurano le difficoltà finanziarie del debitore, l’inadempimento, le concessioni accordate a causa della sua situazione economica, la probabilità di procedure di ristrutturazione e la diminuzione dei flussi finanziari attesi. Questi indicatori riguardano la corretta rappresentazione contabile del credito, ma offrono anche una traccia utile per la sua gestione. Quando uno o più segnali sono presenti, non è prudente limitarsi a lasciare la fattura aperta nel gestionale in attesa di un pagamento spontaneo. 1. Il debitore non rispetta più le scadenze e le promesse di pagamento Il primo segnale è il passaggio da un ritardo occasionale a un comportamento ripetuto. Un cliente può pagare una fattura con alcuni giorni di ritardo per un errore amministrativo, per l’assenza temporanea di un referente o per una momentanea necessità organizzativa. La situazione cambia quando, dopo la scadenza, il debitore indica una nuova data e non la rispetta, promette un bonifico che non arriva oppure risponde ai solleciti senza assumere un impegno concreto. Il mancato pagamento rappresenta già una violazione delle condizioni contrattuali. L’OIC 15 lo considera espressamente uno degli indicatori che possono segnalare una perdita di valore del credito. La normativa sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali disciplina inoltre le conseguenze economiche dell’inadempimento, compresi gli interessi moratori applicabili nei rapporti tra imprese. La valutazione diventa particolarmente importante quando si verificano più episodi ravvicinati: Il punto non è stabilire un numero di giorni valido per ogni situazione. Un credito di importo modesto verso un cliente abituale richiede un’analisi diversa rispetto a una posizione rilevante verso un’impresa con la quale il rapporto è recente. Ciò che conta è il cambiamento del comportamento rispetto alle normali abitudini di pagamento. 2. Il debitore chiede continue proroghe o condizioni eccezionali Una richiesta di dilazione non è automaticamente un segnale di insolvenza, ma deve essere valutata quando diventa ricorrente o modifica in modo sostanziale gli accordi originari. Il debitore potrebbe chiedere di suddividere una fattura in più rate, allungare la scadenza, sospendere temporaneamente i pagamenti oppure ottenere una riduzione dell’importo. Una richiesta motivata, accompagnata da dati chiari e da un piano sostenibile, può portare a un accordo efficace. Il problema nasce quando ogni nuova scadenza viene seguita da un’ulteriore richiesta di tempo. L’OIC 15 considera tra gli indicatori di possibile perdita di valore anche il caso in cui il creditore, a causa delle difficoltà economiche o finanziarie del debitore, accordi condizioni che non avrebbe normalmente concesso. Prima di accettare una nuova dilazione è quindi opportuno verificare: Un piano di rientro non dovrebbe limitarsi a spostare il problema nel tempo. Deve contenere scadenze realistiche, importi definiti e conseguenze chiare in caso di mancato pagamento. Se il debitore non è in grado di spiegare come produrrà la liquidità necessaria oppure propone rate incompatibili con la propria situazione, il credito dovrebbe essere sottoposto a una valutazione più approfondita. 3. Le informazioni disponibili indicano difficoltà finanziarie o operative Il terzo segnale emerge quando il ritardo di pagamento è accompagnato da cambiamenti concreti nella situazione dell’impresa debitrice. Non tutte le informazioni informali sono affidabili. Voci di mercato, commenti di fornitori o semplici impressioni devono essere verificate prima di assumere decisioni. Esistono però elementi osservabili che possono giustificare un approfondimento: L’OIC 15 richiama sia le significative difficoltà finanziarie del debitore sia l’esistenza di dati osservabili che indichino una diminuzione dei flussi finanziari futuri stimati. Tra gli elementi da considerare rientrano anche condizioni economiche sfavorevoli nel settore in cui opera il debitore. Una verifica utile può partire dalla visura camerale. Il Registro delle Imprese consente di controllare lo stato dell’azienda, le cariche sociali, le sedi, le modifiche depositate, lo scioglimento, la liquidazione e le procedure concorsuali iscritte. La visura storica permette inoltre di ricostruire i cambiamenti intervenuti nel tempo. Questi dati non determinano automaticamente il valore del credito. Un cambio di amministratore, per esempio, non indica da solo una crisi. Diventa però rilevante quando si aggiunge a fatture scadute, promesse non rispettate e difficoltà di comunicazione. 4. Il debitore entra in liquidazione, ristrutturazione o in una procedura di crisi La presenza di una procedura concorsuale o di una situazione formalizzata di crisi richiede una valutazione immediata. L’OIC 15 considera un indicatore di perdita di valore la probabilità che il debitore acceda a una procedura concorsuale o a una ristrutturazione finanziaria. Il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza disciplina gli strumenti attraverso cui un’impresa può affrontare una situazione di squilibrio, ristrutturare i debiti oppure essere sottoposta a liquidazione giudiziale. Quando il
Cessione dei crediti deteriorati per le aziende: come funziona e quando conviene?
La cessione dei crediti deteriorati permette a un’azienda di trasferire a un soggetto terzo un credito divenuto incerto o difficile da recuperare, ottenendo in cambio un corrispettivo immediato. L’operazione può ridurre il rischio, liberare risorse interne e rendere più prevedibili i flussi finanziari, ma comporta normalmente la rinuncia a una parte del valore nominale del credito. Per decidere se cedere non basta quindi constatare che una fattura è scaduta. Occorre verificare l’esistenza e la qualità del credito, la situazione del debitore, le possibilità concrete di recupero, i costi delle azioni ancora disponibili e il prezzo che un acquirente può riconoscere. Un credito problematico può infatti conservare un valore significativo quando è recente, documentato e riferito a un debitore ancora operativo. Al contrario, una posizione molto anziana, contestata o priva di documenti può risultare difficile da recuperare anche attraverso un’azione giudiziale. In questo articolo analizziamo come funziona la cessione dei crediti deteriorati per le PMI, quando può essere conveniente e quali verifiche effettuare prima di scegliere tra vendita, recupero e saldo e stralcio. In sintesi La cessione di un credito deteriorato consente a un’azienda di ottenere una somma immediata trasferendo a un acquirente la titolarità della posizione e, nella cessione pro soluto, il rischio di insolvenza nei limiti stabiliti dal contratto. Conviene quando il prezzo certo ottenibile oggi è preferibile al recupero futuro atteso, una volta considerati tempi, costi e probabilità di incasso. Prima della vendita sono indispensabili una due diligence documentale, la valutazione del debitore e il confronto con le alternative disponibili. Che cosa si intende per credito deteriorato? Un credito deteriorato è una posizione per la quale il pagamento è diventato irregolare, incerto o difficilmente recuperabile secondo le condizioni originariamente concordate. Nel linguaggio bancario, la Banca d’Italia distingue i crediti deteriorati in tre categorie: sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute o sconfinanti deteriorate. Le sofferenze riguardano debitori in stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili; le inadempienze probabili comprendono esposizioni per le quali il rimborso integrale è considerato improbabile senza ricorrere a specifiche azioni; le esposizioni scadute deteriorate presentano ritardi superiori alle soglie previste dalla disciplina prudenziale. Per un’azienda non bancaria, tuttavia, l’espressione viene spesso utilizzata in senso più ampio per indicare crediti commerciali caratterizzati da una o più criticità, come: È importante non sovrapporre automaticamente le classificazioni bancarie ai normali crediti commerciali. Una fattura scaduta non diventa tecnicamente una “sofferenza bancaria”, ma può comunque rappresentare per l’impresa un credito problematico da valutare, recuperare o cedere. Come funziona la cessione dei crediti deteriorati? La cessione dei crediti deteriorati avviene attraverso un contratto con cui il creditore originario trasferisce il diritto di credito a un acquirente, che diventa il nuovo titolare della posizione. Le parti dell’operazione sono: In base all’articolo 1260 del Codice civile, il creditore può generalmente trasferire il proprio credito anche senza il consenso del debitore, salvo che il credito abbia carattere strettamente personale, la cessione sia vietata dalla legge o esista un limite contrattuale opponibile. Il consenso del debitore non è quindi normalmente necessario per perfezionare l’accordo tra cedente e cessionario. La cessione deve però essergli notificata o essere da lui accettata affinché produca effetti nei suoi confronti, come previsto dall’articolo 1264 del Codice civile. Dopo la cessione, il nuovo creditore può proseguire le attività di recupero, negoziare un accordo, intervenire in un procedimento già avviato o esercitare gli altri diritti collegati alla posizione, nel rispetto della disciplina applicabile. Il contratto deve indicare con precisione il credito trasferito, il prezzo, le garanzie rilasciate dal cedente, la documentazione consegnata e le eventuali circostanze che consentono la retrocessione o il riacquisto della posizione. La cessione dei crediti deteriorati è sempre pro soluto? No, un credito deteriorato può essere ceduto sia pro soluto sia pro solvendo, anche se il trasferimento pro soluto è generalmente più coerente con l’obiettivo di eliminare il rischio di insolvenza. Nella cessione pro soluto, il cedente non garantisce normalmente che il debitore sia in grado di pagare. Il rischio del mancato incasso viene assunto dal cessionario, nei limiti e alle condizioni previste dall’accordo. Nella cessione pro solvendo, invece, il cedente continua a garantire la solvibilità del debitore. Se il credito non viene incassato, il cessionario può rivalersi sull’impresa cedente secondo quanto stabilito nel contratto. Anche nella cessione pro soluto, tuttavia, l’azienda non è liberata da ogni responsabilità. Il cedente continua normalmente a garantire l’esistenza del credito al momento della vendita. Potrebbe quindi rispondere se la posizione: Per capire se il rischio sia stato realmente trasferito, non basta leggere la denominazione del contratto. Occorre analizzare clausole di riacquisto, garanzie, franchigie, obblighi di sostituzione e cause di retrocessione. La differenza è approfondita nella guida Mercatoria sulla cessione pro soluto per le PMI. Quando conviene cedere un credito deteriorato? La cessione conviene quando il valore certo ottenibile oggi è economicamente preferibile al recupero futuro atteso, una volta considerati rischio, durata e costi della gestione. Questa valutazione richiede un confronto concreto. L’importo nominale indicato in fattura non rappresenta necessariamente il valore economico reale della posizione. Un credito di 100.000 euro potrebbe produrre un incasso molto inferiore se il debitore è insolvente, la documentazione è incompleta o il recupero richiede diversi anni. La cessione può essere razionale quando: Il fattore decisivo non è quindi la sola urgenza. Vendere troppo presto un credito recente e ben documentato può comportare una rinuncia ingiustificata a valore recuperabile. Allo stesso modo, continuare a gestire per anni una posizione compromessa può generare costi superiori al beneficio atteso. La convenienza deve essere misurata confrontando il prezzo di cessione con il valore netto delle alternative realisticamente disponibili. Quando non conviene cedere un credito deteriorato? La cessione può non convenire quando il credito presenta ancora elevate possibilità di recupero in tempi ragionevoli oppure quando l’offerta ricevuta non riflette la qualità effettiva della posizione. Un credito recente, non contestato e assistito da documentazione completa merita normalmente una valutazione approfondita prima di essere venduto con uno sconto significativo. Lo stesso vale quando il debitore: La cessione può risultare poco conveniente anche quando l’impresa presenta il credito al mercato senza
Quando cedere un credito: bisogna aspettare che sia irrecuperabile?
Quando cedere un credito è una decisione che molte imprese affrontano soltanto dopo mesi di solleciti, promesse di pagamento non rispettate e tentativi di recupero senza risultato. In realtà, non è necessario aspettare che la posizione diventi definitivamente irrecuperabile prima di valutarne la cessione. Il momento della decisione è importante perché il valore nominale del credito può rimanere invariato mentre diminuiscono le possibilità concrete di incasso. La situazione economica del debitore può peggiorare, altri creditori possono avviare azioni esecutive e il patrimonio disponibile può ridursi. La cessione non deve quindi essere considerata esclusivamente come l’ultima soluzione possibile. Può essere uno strumento di gestione da confrontare con il recupero diretto, l’accordo di rientro, l’azione giudiziale o l’attesa. In sintesi Un credito non deve diventare irrecuperabile prima di poter essere ceduto. La cessione può essere valutata anche quando il debitore è ancora operativo e la posizione conserva possibilità di recupero. La decisione dipende dal confronto tra il prezzo ottenibile oggi e il recupero futuro atteso, considerando probabilità di incasso, tempi, costi, documentazione e rischio di un ulteriore deterioramento. Un credito deve essere irrecuperabile per poter essere ceduto? L’irrecuperabilità non è una condizione necessaria per la cessione del credito. L’articolo 1260 del Codice civile stabilisce, in linea generale, che il creditore può trasferire il proprio credito a titolo oneroso o gratuito anche senza il consenso del debitore. Fanno eccezione i crediti strettamente personali, quelli la cui cessione è vietata dalla legge e le situazioni nelle quali esistono limiti contrattuali opponibili al cessionario. La norma, quindi, non richiede che il credito sia scaduto, insoluto o definitivamente inesigibile. Per alcune operazioni riguardanti crediti d’impresa può trovare applicazione anche la Legge 21 febbraio 1991, n. 52. La disciplina riguarda, in presenza dei requisiti previsti, crediti pecuniari derivanti da contratti stipulati dall’imprenditore nell’esercizio dell’attività. Per le cessioni che non rientrano in tale perimetro continuano ad applicarsi le disposizioni generali del Codice civile. Occorre pertanto distinguere due domande differenti: Un credito può essere trasferibile sul piano giuridico, ma avere un valore molto basso per la presenza di contestazioni, documentazione incompleta, prescrizione imminente o mancanza di patrimonio aggredibile. Al contrario, una posizione recente e ben documentata può risultare interessante proprio perché conserva prospettive concrete di recupero. Per approfondire i principali impedimenti giuridici e documentali è possibile consultare la guida Mercatoria dedicata a quando non è possibile la cessione del credito. Si può cedere anche un credito non ancora scaduto? In linea generale, il fatto che un credito non sia ancora scaduto non ne impedisce automaticamente la cessione. Prima di procedere è comunque necessario verificare che la posizione sia esistente o sufficientemente determinabile, che il contratto originario non contenga limiti rilevanti e che non si applichino disposizioni speciali. La natura del credito rimane determinante: un normale credito commerciale, un credito verso la Pubblica Amministrazione, un credito fiscale e un credito bancario possono seguire regole differenti. Bisogna inoltre distinguere la validità della cessione tra le parti dalla sua efficacia nei confronti del debitore. In base all’articolo 1264 del Codice civile, la cessione produce effetti verso il debitore ceduto quando viene accettata oppure notificata. La comunicazione serve quindi a informare il debitore che il pagamento dovrà essere effettuato al nuovo titolare del credito. Il momento della scadenza, da solo, non è dunque il criterio decisivo. Contano soprattutto la certezza del rapporto, la documentazione disponibile e le condizioni previste dal contratto da cui il credito deriva. Perché aspettare può ridurre il valore di un credito? Aspettare può ridurre il valore di un credito perché il tempo modifica le possibilità effettive di recupero. Un debitore ancora operativo può disporre oggi di liquidità, beni, crediti verso clienti o altre risorse utili per costruire un accordo di rientro. La stessa impresa, dopo alcuni mesi, potrebbe avere accumulato ulteriori debiti, subito azioni esecutive o perso parte del proprio patrimonio. Nel frattempo possono intervenire altri creditori. Chi agisce per primo non ottiene necessariamente il pagamento, ma può individuare e sottoporre a esecuzione beni o disponibilità che successivamente non saranno più presenti. Se si apre una procedura concorsuale, inoltre, il creditore dovrà confrontarsi con le regole della procedura, con l’ordine delle cause di prelazione e con i tempi necessari per gli eventuali riparti. Anche i costi possono aumentare. Una posizione inizialmente gestibile attraverso un sollecito strutturato o un accordo può richiedere, in una fase successiva, attività giudiziali, verifiche patrimoniali e un monitoraggio prolungato. Per questo motivo l’attesa non è una scelta priva di conseguenze. Può essere razionale quando le prospettive di pagamento sono buone, ma deve derivare da una valutazione e non dalla semplice decisione di lasciare il credito aperto. Qual è la differenza tra valore nominale e valore reale del credito? Il valore nominale del credito è l’importo che il creditore ha formalmente diritto di esigere. Il valore reale rappresenta invece ciò che è ragionevole attendersi di incassare, tenendo conto del rischio, dei tempi e dei costi. Un credito commerciale di 120.000 euro continua a riportare quell’importo nelle fatture e nei documenti contrattuali. Ciò non significa, però, che possa essere recuperato o ceduto per 120.000 euro. Per comprendere il principio si può utilizzare una rappresentazione semplificata: Valore netto atteso = importo recuperabile in base alla probabilità di incasso − costi necessari per il recupero Al risultato deve essere aggiunto il fattore tempo. Ricevere una determinata somma oggi non equivale a riceverla dopo tre o cinque anni, soprattutto quando l’esito rimane incerto. Anche i principi contabili distinguono il valore nominale dal presumibile valore di realizzo. L’OIC 15 definisce il valore nominale come l’ammontare contrattualmente esigibile, ma richiede di considerare le perdite di valore, i flussi finanziari futuri stimati e, nei casi previsti, il fattore temporale. Il prezzo di cessione non deriva quindi dall’applicazione di uno sconto standard. È il risultato di una valutazione specifica sulla probabilità e sui tempi di recupero della singola posizione. Cosa può accadere a un credito commerciale di 120.000 euro? Proviamo a spiegarlo attraverso un esempio realistico ma ipotetico. I valori utilizzati hanno esclusivamente una funzione illustrativa e non rappresentano percentuali di mercato applicabili
Cessione pro soluto per le PMI: come funziona, vantaggi, rischi e procedura
La cessione pro soluto può aiutare molte PMI a trasformare i crediti commerciali in liquidità entro tempi compatibili con le esigenze aziendali. Quando i clienti pagano a 90, 120 o 180 giorni, oppure quando aumenta il rischio di insolvenza, l’impresa può monetizzare il credito prima della sua naturale scadenza, trasferendo al cessionario il rischio di mancato pagamento nei limiti previsti dal contratto.