Cessione del credito per aziende: cos’è, come funziona e quando conviene

Un’azienda può avere ricavi, ordini e fatture regolarmente emesse e trovarsi comunque con poca liquidità disponibile. È proprio in situazioni come questa che la cessione del credito per le aziende può diventare uno strumento utile: un credito produce valore nel momento in cui nasce, ma genera liquidità soltanto quando viene effettivamente incassato.

Tra questi due momenti possono trascorrere settimane, mesi o, nei casi più complessi, anni. Il cliente può chiedere una dilazione, contestare la fornitura, interrompere i pagamenti oppure entrare in una situazione di difficoltà finanziaria. Nel frattempo, l’impresa continua a sostenere stipendi, fornitori, imposte e investimenti.

La cessione del credito permette di trasferire a un altro soggetto il diritto di incassare quella somma. Può essere utilizzata per smobilizzare crediti commerciali, ottenere liquidità, ridurre il rischio di insolvenza oppure affidare a un operatore specializzato la gestione di posizioni problematiche.

Non significa, però, che ogni credito possa essere venduto facilmente o che il prezzo coincida sempre con il suo valore nominale. Prima di concludere l’operazione bisogna comprendere se il credito esiste, se è cedibile, quanto è documentato, quali sono le condizioni del debitore e quante possibilità concrete vi sono di ottenere il pagamento.

La cessione del credito è l’accordo con cui il creditore trasferisce a un altro soggetto il diritto di ricevere una somma dovuta da un debitore. Il rapporto economico originario rimane, ma cambia il soggetto autorizzato a incassare.

Immaginiamo che un’azienda abbia fornito prodotti per 80.000 euro e abbia emesso una fattura con pagamento a 120 giorni. Fino alla scadenza, quei ricavi risultano maturati ma non sono ancora disponibili sul conto corrente. L’impresa può attendere il pagamento oppure valutare la cessione del credito a un soggetto interessato ad acquistarlo.

In questo secondo caso, il diritto di ricevere gli 80.000 euro viene trasferito. L’azienda originariamente creditrice ottiene il corrispettivo stabilito nel contratto, mentre il nuovo titolare del credito subentra nel diritto di incasso.

Cosa significa cedere un credito, quindi? Significa trasformare un diritto di pagamento futuro in un’operazione economica attuale. A seconda delle condizioni concordate, l’impresa può anticipare la liquidità, trasferire il rischio di mancato pagamento oppure affidare a un altro soggetto la gestione della posizione.

In queste situazioni la cessione non serve soltanto ad anticipare un incasso futuro. Permette soprattutto di attribuire un valore attuale a una posizione problematica, trasferendone la gestione a un soggetto specializzato. L’azienda può così evitare che il credito rimanga immobilizzato per anni e ridurre l’impegno amministrativo, finanziario e legale necessario per tentare il recupero.

Naturalmente, un credito insoluto non viene valutato allo stesso modo di una fattura regolare e non ancora scaduta. Il prezzo di cessione dipenderà dalla documentazione disponibile, dalla situazione economica del debitore, dall’anzianità del credito, dalla presenza di contestazioni e dalle concrete probabilità di incasso.

È inoltre importante distinguere un credito di difficile esigibilità da un credito definitivamente inesigibile. Nel primo caso esistono ancora prospettive di recupero, anche parziali; nel secondo, le possibilità di ottenere il pagamento possono essere ormai estremamente ridotte. È proprio questa valutazione preliminare a determinare se la posizione possa essere ceduta e quale valore possa conservare.

L’articolo 1260 del Codice civile stabilisce, in termini generali, che il creditore può trasferire il proprio credito a titolo oneroso o gratuito anche senza il consenso del debitore, purché il credito non abbia carattere strettamente personale e il trasferimento non sia vietato dalla legge.

La cessione non deve essere confusa con un finanziamento. Nel finanziamento l’impresa riceve una somma che dovrà successivamente restituire. Nella cessione, invece, viene trasferito un diritto già esistente. Le caratteristiche concrete dell’operazione dipendono comunque dal contratto, dalla natura del credito e dalla ripartizione del rischio tra cedente e cessionario.

La cessione del credito funziona attraverso la valutazione della posizione, la definizione di un prezzo, la sottoscrizione di un accordo e la successiva comunicazione al debitore. Prima del trasferimento, il potenziale acquirente verifica l’esistenza del credito, la qualità della documentazione e le reali possibilità di incasso.

Il punto di partenza non è quindi il contratto di cessione, ma il credito stesso.

Prima di stabilire se la posizione possa essere acquistata e a quali condizioni, è necessario svolgere una due diligence sul credito. Questa analisi non rappresenta un semplice controllo formale dei documenti, ma il passaggio che permette di comprendere che cosa si sta realmente trasferendo e quale valore economico possa avere.

La due diligence verifica innanzitutto che il credito esista, che appartenga effettivamente al cedente e che non sia già stato pagato, prescritto, compensato o modificato da accordi successivi. Allo stesso tempo, consente di individuare contestazioni, clausole che limitano la cedibilità, garanzie disponibili e criticità che potrebbero ostacolare il recupero.

L’impresa deve quindi dimostrare perché quella somma le è dovuta. Una fattura rappresenta un documento importante, ma non sempre racconta l’intera storia. Il soggetto che valuta l’acquisto può avere bisogno di esaminare anche il contratto originario, l’ordine del cliente, i documenti di consegna, le comunicazioni intercorse e le eventuali contestazioni.

Dopo la verifica documentale si analizza il debitore. Un credito verso una società operativa, patrimonialmente solida e semplicemente in ritardo presenta un profilo molto diverso da una posizione verso un’impresa in liquidazione giudiziale. Cambiano il rischio, i tempi di recupero e, di conseguenza, il valore economico del credito.

La due diligence diventa ancora più importante nella cessione di crediti insoluti o deteriorati. In questi casi non basta accertare l’importo indicato in fattura: bisogna ricostruire le attività di recupero già svolte, comprendere perché il debitore non abbia pagato e valutare se esistano ancora concrete possibilità di incasso.

L’obiettivo non è soltanto decidere se il credito possa essere ceduto. Una due diligence completa aiuta l’impresa a capire se sia davvero conveniente venderlo, se sia preferibile attendere, procedere con il recupero oppure adottare una soluzione differente. Una posizione ceduta senza un’analisi preventiva potrebbe infatti essere sottovalutata, mentre un credito apparentemente interessante potrebbe nascondere problemi documentali o giuridici rilevanti.

Mercatoria ha approfondito questo tema nell’articolo dedicato alla due diligence sugli NPL e al rischio di perdita patrimoniale, spiegando perché questa analisi debba precedere la decisione di cedere e non limitarsi a confermare una scelta già presa.

Solo al termine della due diligence può essere formulata una proposta economica. Il valore nominale costituisce il punto di partenza, ma il prezzo tiene conto della probabilità di incasso, del tempo necessario per ottenere il pagamento, delle condizioni del debitore e dei costi che il cessionario dovrà sostenere.

Se le parti raggiungono un accordo, sottoscrivono il contratto di cessione. Il documento identifica il credito, stabilisce il corrispettivo e definisce se il trasferimento avviene pro soluto o pro solvendo. Successivamente, la cessione viene comunicata al debitore affinché sappia a chi effettuare il pagamento.

È questo il funzionamento concreto della cessione del credito: non una semplice compravendita di fatture, ma un processo di due diligence, valutazione economica e trasferimento di una posizione giuridica.

Un’azienda dovrebbe valutare la cessione quando ha bisogno di trasformare i crediti in liquidità, ridurre il rischio di insolvenza o evitare che la gestione degli incassi assorba risorse eccessive. La convenienza dipende dal confronto tra il valore ottenibile oggi e il recupero realistico atteso in futuro.

La prima ragione è spesso finanziaria. Un’impresa può avere un portafoglio ordini importante e, nello stesso tempo, incontrare difficoltà nel sostenere il capitale circolante. Le fatture sono state emesse, ma i tempi di pagamento dei clienti non coincidono con quelli richiesti dai fornitori, dai dipendenti o dall’amministrazione fiscale.

La cessione permette di anticipare almeno una parte di quel valore. La liquidità ottenuta può essere destinata a nuovi acquisti, alla produzione, al pagamento delle scadenze o a investimenti che non potrebbero essere rinviati fino all’incasso delle fatture.

Esiste poi una ragione legata al rischio. Più passa il tempo, più una posizione può diventare difficile da recuperare. Il debitore potrebbe accumulare altri debiti, perdere clienti, subire azioni esecutive oppure entrare in una procedura concorsuale. Cedere il credito consente all’impresa di definire oggi un valore certo, invece di dipendere interamente da un pagamento futuro e incerto.

La cessione può essere utile anche quando il problema non è la solvibilità del debitore, ma il costo della gestione. Solleciti, telefonate, verifiche amministrative, diffide, incarichi legali e attività giudiziali richiedono tempo. Quel tempo ha un valore e deve essere considerato nel calcolo della convenienza.

Per una PMI, monetizzare un credito commerciale può quindi significare recuperare capacità operativa. L’impresa rinuncia eventualmente a una parte dell’importo nominale, ma ottiene risorse finanziarie e organizzative da utilizzare nella propria attività.

Il trasferimento del rischio emerge soprattutto nella cessione pro soluto, della quale Mercatoria ha approfondito novità e vantaggi per le PMI.

Si possono cedere, in linea generale, i crediti commerciali, fiscali, deteriorati, bancari e quelli vantati verso soggetti coinvolti in procedure concorsuali, purché siano esistenti, identificabili e trasferibili. La cedibilità effettiva deve sempre essere verificata in relazione alla natura del credito e al contratto da cui deriva.

Non tutti i crediti seguono le stesse regole. Per alcuni è sufficiente fare riferimento alla disciplina generale del Codice civile. Per altri esistono formalità, limiti o procedure specifiche.

La prima distinzione da compiere riguarda quindi l’origine del diritto. Un credito nato dalla vendita di un macchinario non può essere analizzato allo stesso modo di un credito d’imposta, di una posizione bancaria deteriorata o di una somma ammessa al passivo di una liquidazione giudiziale.

Sì, i crediti commerciali possono essere ceduti quando derivano da una fornitura, da una vendita o da un servizio effettivamente eseguito e sono supportati da documenti adeguati.

È la situazione più comune per le imprese. L’azienda ha consegnato un prodotto o realizzato una prestazione e attende il pagamento della relativa fattura. Il credito può essere ancora da scadere oppure già insoluto.

Nel primo caso la cessione risponde principalmente a un’esigenza di liquidità. Nel secondo può diventare anche uno strumento di gestione del rischio e recupero del valore residuo.

La qualità del credito dipende però dalla qualità del rapporto sottostante. Se la merce non è stata consegnata, il servizio è stato contestato o l’importo non è chiaramente determinabile, la posizione diventa più difficile da valutare.

Per questo motivo, quando un’azienda vuole monetizzare crediti commerciali, non basta presentare un elenco di fatture. Bisogna ricostruire il rapporto con il cliente e verificare se esistono elementi che potrebbero ostacolare l’incasso.

I crediti fiscali possono essere ceduti soltanto quando la normativa che li disciplina lo consente e nel rispetto delle procedure previste. Non esiste una regola unica valida per ogni credito d’imposta.

L’espressione “credito fiscale” comprende posizioni molto differenti. Alcune possono essere utilizzate esclusivamente in compensazione, altre possono essere chieste a rimborso, mentre altre ancora possono essere trasferite soltanto a determinati soggetti o entro specifiche finestre temporali.

Prima di procedere bisogna quindi stabilire come il credito si è formato, se è già disponibile, quali controlli sono stati effettuati e quali limitazioni ne regolano l’utilizzo.

La cessione dei crediti fiscali non deve essere confusa con la cessione di una normale fattura. La controparte non è un cliente che deve pagare una fornitura, ma l’amministrazione finanziaria nei confronti della quale esiste una posizione creditoria regolata da norme tributarie.

Per una panoramica generale è disponibile la guida Mercatoria sulla cessione dei crediti fiscali. Chi sta valutando un’operazione concreta può inoltre approfondire come funziona l’acquisto di crediti fiscali da un’azienda.

I crediti deteriorati possono essere ceduti anche quando sono già scaduti, insoluti o oggetto di attività di recupero. La cessione è possibile purché il credito esista, sia identificabile, non sia prescritto e non vi siano divieti di legge o limitazioni contrattuali che ne impediscano il trasferimento. Il mancato pagamento, quindi, non elimina il diritto del creditore, ma incide sul valore economico della posizione e rende necessaria un’analisi più approfondita delle concrete possibilità di recupero.

Un credito diventa deteriorato quando il debitore non rispetta le scadenze, interrompe i pagamenti o manifesta una difficoltà finanziaria che rende incerto l’incasso secondo le condizioni originariamente concordate. Mercatoria ha approfondito il tema nell’articolo dedicato alla svalutazione dei crediti a bilancio e alla gestione dei crediti deteriorati. In questi casi, la cessione consente all’azienda di trasferire la posizione a un soggetto interessato ad acquistarla e a occuparsi delle successive attività di gestione e recupero.

Il prezzo riconosciuto sarà normalmente inferiore al valore nominale, perché il cessionario assume il rischio di non incassare integralmente il credito e deve sostenere i costi necessari per amministrarlo, negoziarlo o recuperarlo. La valutazione dipenderà dall’anzianità della posizione, dalla documentazione disponibile, dalla situazione economica e patrimoniale del debitore, dalle eventuali contestazioni e dalla presenza di garanzie o titoli esecutivi.

Non tutti i crediti deteriorati hanno quindi lo stesso valore. Una fattura insoluta da pochi mesi, riconosciuta dal debitore e supportata da documenti completi presenta prospettive diverse rispetto a un credito molto datato, contestato o vantato verso un’impresa priva di beni concretamente aggredibili.

La cessione può risultare utile quando l’impresa preferisce ottenere subito un valore certo, anche parziale, invece di continuare a sostenere i tempi, i costi e l’incertezza del recupero. Può inoltre consentire di liberare risorse interne, ridurre il peso amministrativo delle posizioni insolute e affidare la gestione a un operatore specializzato.

Prima di procedere è però indispensabile svolgere una due diligence sul credito. Soltanto attraverso l’analisi della documentazione, del debitore, delle attività di recupero già svolte e delle prospettive di incasso è possibile stabilire se la posizione sia realmente cedibile e quale valore economico possa ancora esprimere.

Sì, i crediti verso imprese sottoposte a liquidazione giudiziale, concordato preventivo o altre procedure concorsuali possono essere ceduti, anche quando sono già stati insinuati o ammessi al passivo. Il loro valore dipende soprattutto dalla natura e dal grado del credito, dallo stato della procedura, dagli attivi disponibili, dalla percentuale di soddisfacimento prevedibile e dai tempi stimati per il riparto.

Un’azienda potrebbe aver già presentato la domanda di ammissione al passivo e trovarsi ad attendere un pagamento che arriverà, forse, soltanto dopo diversi anni. Come spiegato nell’approfondimento dedicato alla cessione del credito in liquidazione giudiziale, la posizione può essere trasferita anche dopo l’ammissione al passivo, consentendo al creditore originario di anticipare una parte del suo valore e di trasferire al cessionario l’attesa e l’incertezza legate alla procedura.

La valutazione richiede però una lettura attenta degli atti. Bisogna verificare se il credito sia stato ammesso integralmente o solo in parte, se abbia natura privilegiata o chirografaria, se siano state formulate contestazioni e quali prospettive emergano dalle relazioni del curatore e degli altri organi della procedura.

Un credito ammesso al passivo, infatti, non equivale automaticamente a un credito che verrà pagato integralmente. Il valore reale dipende dalla capienza dell’attivo, dall’ordine con cui devono essere soddisfatti i creditori, dalla percentuale di riparto prevedibile e dal momento nel quale quella somma potrà essere effettivamente incassata.

La cessione può quindi risultare conveniente quando l’impresa preferisce ottenere subito un importo certo, anche inferiore al valore nominale, invece di mantenere immobilizzata per anni una posizione dall’esito ancora incerto.

Sì, anche i crediti verso la Pubblica Amministrazione possono essere ceduti, ma l’operazione richiede normalmente forme, verifiche e adempimenti specifici. Prima di procedere è necessario accertare che il credito sia certo, liquido ed esigibile e verificare le regole applicabili all’ente debitore e al rapporto da cui nasce la posizione.

La solidità del debitore pubblico non elimina infatti i problemi legati ai tempi di pagamento, alla certificazione del credito o alla verifica della corretta esecuzione della prestazione. Una fattura emessa nei confronti di un ente pubblico non è automaticamente sufficiente a garantire che il credito possa essere trasferito o incassato senza ulteriori controlli.

Abbiamo approfondito questi aspetti nell’articolo dedicato alla cessione del credito verso la Pubblica Amministrazione, nel quale vengono analizzate le caratteristiche dell’operazione e le principali formalità da considerare.

Prima della cessione bisogna verificare l’esistenza di eventuali contestazioni sulla fornitura, compensazioni, irregolarità amministrative o vincoli contrattuali. Anche la certificazione del credito e le modalità con cui la cessione deve essere comunicata o formalizzata possono incidere sulla validità e sull’efficacia dell’operazione.

La cessione può risultare particolarmente utile quando l’impresa vanta un credito riconosciuto, ma deve attendere tempi di pagamento incompatibili con le proprie esigenze finanziarie. In questo caso il trasferimento consente di anticipare una parte del valore della posizione, senza dover attendere direttamente il pagamento dell’ente pubblico.

Nella cessione pro soluto il cessionario assume normalmente il rischio che il debitore non paghi, mentre nella cessione pro solvendo il cedente garantisce la solvibilità del debitore nei limiti concordati. La differenza determina chi sopporterà economicamente l’eventuale insolvenza.

La cessione pro soluto è la formula più vicina alla vendita definitiva del credito. L’impresa trasferisce la posizione e, salvo le garanzie relative all’esistenza e alla validità del diritto, non risponde normalmente del mancato pagamento provocato dall’insolvenza del debitore.

Questo aspetto rende il pro soluto particolarmente interessante per le aziende che vogliono ridurre il rischio. Il prezzo può tuttavia essere più basso, perché il cessionario assume una maggiore incertezza.

Il pro solvendo segue una logica differente. Il credito viene trasferito, ma il cedente mantiene una responsabilità nel caso in cui il debitore non paghi. Se si verifica l’insolvenza, il cessionario può rivalersi sul cedente secondo le condizioni previste dal contratto.

L’articolo 1267 del Codice civile stabilisce che il cedente non risponde della solvibilità del debitore, salvo che ne abbia assunto la garanzia.

È importante precisare che “pro soluto” non significa assenza di qualsiasi responsabilità. Nelle cessioni a titolo oneroso, il cedente è normalmente tenuto a garantire che il credito esista al momento della cessione. Non può quindi trasferire consapevolmente un credito inesistente, già pagato o rappresentato in modo non veritiero.

Il confronto completo è disponibile nell’approfondimento sulla differenza tra cessione pro solvendo e cessione pro soluto.

I soggetti principali sono il cedente, cioè il creditore originario, il cessionario, cioè chi riceve o acquista il credito, e il debitore ceduto, che rimane obbligato al pagamento.

Il cedente è l’azienda o il professionista che vanta il credito. È il soggetto che deve dimostrarne l’esistenza, consegnare la documentazione e rappresentare correttamente le caratteristiche della posizione.

Il cessionario diventa il nuovo titolare del diritto. Prima dell’acquisto valuta i documenti, il debitore, i tempi e le prospettive di recupero. Dopo il trasferimento può richiedere il pagamento e compiere le attività necessarie per ottenere l’incasso.

Il debitore ceduto non partecipa necessariamente alla negoziazione. La sua obbligazione, in linea generale, non cambia: deve continuare a pagare la somma dovuta, ma a un creditore diverso.

Nelle operazioni più strutturate intervengono anche consulenti, legali e operatori specializzati. Il loro ruolo non è sostituire le parti, ma verificare che il credito sia correttamente identificato, che il contratto distribuisca in modo chiaro rischi e responsabilità e che la cessione possa essere gestita senza creare nuovi contenziosi.

In generale, il debitore non deve autorizzare la cessione del credito. Il consenso non è richiesto quando il credito è liberamente trasferibile, ma prima di procedere bisogna verificare che non esistano divieti di legge, che il credito non abbia carattere strettamente personale e che il contratto originario non contenga clausole che ne limitino il trasferimento.

Questa è una delle domande più cercate sulla cessione del credito e anche una delle più frequentemente fraintese. Il credito appartiene infatti al creditore, che può disporne nei limiti previsti dalla legge. Il debitore non può normalmente impedire la cessione soltanto perché preferisce continuare a rapportarsi con il soggetto originario.

Esistono però alcune eccezioni. La cessione può essere esclusa dalla natura stessa del credito, vietata da una disposizione normativa oppure condizionata da un patto di incedibilità contenuto nel contratto da cui nasce il rapporto. Prima di trasferire la posizione è quindi necessario verificare non soltanto se il debitore sia favorevole, ma soprattutto se il credito sia giuridicamente cedibile e se esistano accordi che limitano o subordinano il trasferimento.

Abbiamo dedicato spazio a queste situazioni nell’articolo Quando non è possibile cedere un credito?, nel quale vengono analizzati i principali ostacoli normativi, contrattuali e documentali che possono rendere una cessione inefficace o particolarmente rischiosa.

L’assenza di un obbligo generale di consenso non elimina, tuttavia, la necessità di informare il debitore. Autorizzazione e notifica svolgono infatti funzioni differenti: il debitore non deve necessariamente approvare il cambio di creditore, ma deve essere messo nella condizione di sapere che la posizione è stata trasferita e a quale soggetto dovrà effettuare il pagamento.

Sì, la cessione deve essere portata a conoscenza del debitore affinché produca pienamente effetto nei suoi confronti e sia chiaro a chi debba essere effettuato il pagamento. La comunicazione non coincide però con una richiesta di autorizzazione.

L’articolo 1264 del Codice civile prevede che la cessione abbia effetto nei confronti del debitore quando questi l’ha accettata oppure quando gli è stata notificata.

Ciò significa che il contratto può essere già valido tra cedente e cessionario, ma il debitore deve essere messo nella condizione di conoscere il nuovo titolare del credito.

La comunicazione dovrebbe permettere di identificare senza ambiguità la posizione ceduta. Deve quindi indicare chi era il creditore originario, chi è il nuovo creditore, quale credito è stato trasferito e quali modalità dovranno essere utilizzate per il pagamento.

Una notifica poco chiara può creare un rischio concreto. Il debitore potrebbe pagare il soggetto sbagliato, chiedere ulteriori prove oppure sospendere il pagamento fino a quando non venga chiarita la titolarità del diritto.

Per questa ragione la comunicazione non dovrebbe essere trattata come una semplice formalità amministrativa. È una parte dell’operazione e deve essere coerente con il contratto e con i documenti che identificano il credito.

Per cedere un credito servono il contratto di cessione e i documenti che dimostrano l’origine, l’importo, l’esigibilità e l’eventuale stato di insolvenza della posizione. La documentazione cambia in base al tipo di credito, ma deve permettere al cessionario di ricostruire l’intero rapporto.

Quando si domanda quali documenti servono per una cessione del credito, la risposta non può limitarsi alla fattura.

La fattura prova che il creditore ha contabilizzato una somma, ma il debitore potrebbe sostenere che la prestazione non sia mai stata eseguita, che la merce fosse difettosa o che l’importo fosse diverso da quello concordato.

Il fascicolo dovrebbe quindi comprendere il contratto o l’ordine da cui nasce il rapporto, i documenti che provano l’esecuzione della prestazione e le comunicazioni con il debitore. Documenti di trasporto, verbali di consegna, collaudi, email di conferma e riconoscimenti del debito possono avere un peso determinante.

Se il credito è già insoluto, assumono importanza anche i solleciti, le diffide, le proposte di rientro e le eventuali contestazioni. Quando sono state intraprese azioni legali, devono essere messi a disposizione i decreti ingiuntivi, le sentenze, gli atti esecutivi e le relazioni dei professionisti incaricati.

Per un credito fiscale serviranno invece i documenti contabili e tributari che ne dimostrano la formazione e la disponibilità. Per una posizione concorsuale saranno essenziali la domanda di ammissione al passivo, il provvedimento di ammissione e gli aggiornamenti della procedura.

Una documentazione ordinata non ha soltanto una funzione probatoria. Incide direttamente sui tempi della valutazione e sul prezzo che può essere riconosciuto.

Un credito viene valutato considerando la probabilità di recupero, il tempo necessario per incassarlo, i costi di gestione, la solidità del debitore e la qualità della documentazione. Il valore nominale rappresenta la somma dovuta, ma non coincide automaticamente con il prezzo di cessione.

Due fatture dello stesso importo possono avere valori molto diversi.

Una fattura recente, riconosciuta dal debitore e assistita da documenti completi presenta una prospettiva di recupero. Una fattura scaduta da anni, contestata e priva del contratto originario presenta un rischio completamente differente.

La valutazione parte quindi dall’esistenza del credito. Si controlla che la posizione non sia stata già pagata, compensata, prescritta o modificata da accordi successivi.

Si passa poi alla documentazione. Più il rapporto è ricostruibile, minore è l’incertezza che il cessionario deve assumere.

La situazione del debitore completa l’analisi. Vengono considerate la continuità aziendale, la presenza di procedure esecutive o concorsuali, gli eventuali beni aggredibili e il comportamento mantenuto durante le precedenti attività di recupero.

Anche il tempo ha un valore economico. Incassare 50.000 euro tra tre mesi non equivale a incassarli tra cinque anni. L’attesa immobilizza capitale, genera costi e aumenta la possibilità che le condizioni del debitore peggiorino.

La valutazione dei crediti non consiste quindi nell’applicare una percentuale standard. Richiede di costruire uno scenario realistico: quanto potrebbe essere recuperato, in quale momento e con quali costi.

Il costo della cessione corrisponde principalmente alla differenza tra il valore nominale del credito e il prezzo riconosciuto, alla quale possono aggiungersi eventuali costi amministrativi, legali o di due diligence. Non esiste una percentuale valida per tutte le posizioni.

Quando un’azienda riceve una proposta inferiore all’importo della fattura, può avere l’impressione di perdere una parte del credito. Il confronto corretto, però, non è tra prezzo e valore nominale, ma tra prezzo e valore realistico di recupero.

Un credito da 100.000 euro che richiede anni di contenzioso, spese legali e un’attività esecutiva incerta non vale economicamente 100.000 euro nel momento presente. Il suo valore dipende da quanto potrà essere effettivamente incassato al termine del percorso.

Allo stesso modo, una posizione regolare, non contestata e prossima alla scadenza dovrebbe ricevere una valutazione diversa rispetto a un insoluto deteriorato.

Per comprendere quanto costa cedere un credito bisogna quindi calcolare anche ciò che l’azienda evita: il tempo dedicato alla gestione, le spese di recupero, il rischio di mancato incasso e il costo finanziario dell’attesa.

Conviene cedere un credito quando il valore certo ottenibile oggi è più utile o economicamente vantaggioso rispetto al recupero futuro atteso, dopo aver considerato le probabilità di incasso, i tempi necessari e i costi di gestione. La decisione non dovrebbe quindi nascere soltanto dall’urgenza di liberarsi della posizione, ma da un confronto concreto tra mantenimento, recupero e cessione del credito.

La cessione può essere conveniente quando l’azienda ha bisogno di liquidità per finanziare l’attività corrente, pagare i fornitori o sostenere nuovi investimenti. Può esserlo anche quando il debitore rispetta gli impegni, ma applica tempi di pagamento molto lunghi che rendono difficile programmare la tesoreria.

Il vantaggio diventa più evidente nella cessione pro soluto, attraverso la quale l’impresa può trasferire al cessionario anche il rischio di insolvenza del debitore. Abbiamo approfondito il funzionamento e i possibili benefici di questa formula nell’articolo dedicato alla cessione pro soluto.

La cessione assume un valore particolare quando il credito è già problematico. In questi casi, attendere non è una scelta neutrale: con il passare del tempo il patrimonio del debitore potrebbe ridursi, potrebbero aumentare i creditori concorrenti e le attività necessarie per ottenere il pagamento potrebbero diventare più lunghe e costose.

Può essere conveniente cedere anche un portafoglio composto da numerose posizioni di importo contenuto. Ogni singolo credito potrebbe avere possibilità di recupero, ma la gestione complessiva di solleciti, accordi, contestazioni e azioni legali potrebbe richiedere un’organizzazione sproporzionata rispetto al risultato economico atteso.

Non sempre, tuttavia, vendere il credito è la soluzione migliore. Se il debitore è solido, il pagamento è imminente e non esistono contestazioni, può essere più conveniente attendere l’incasso. Lo stesso vale quando un intervento stragiudiziale mirato può condurre rapidamente a un accordo o a un piano di rientro sostenibile.

Per capire quando conviene cedere un credito, l’azienda dovrebbe quindi rispondere a tre domande: quanto è realistico incassare mantenendo la posizione, quanto tempo sarà necessario e quali costi dovranno essere sostenuti per raggiungere il risultato? Solo mettendo a confronto queste variabili è possibile stabilire se la cessione rappresenti una perdita di valore oppure il modo più efficace per preservarlo.

Le principali alternative sono il recupero stragiudiziale, l’azione giudiziale, il factoring, l’anticipo fatture e l’accordo a saldo e stralcio. La scelta dipende dalle condizioni del debitore, dall’urgenza finanziaria e dalla volontà dell’impresa di mantenere la titolarità del credito.

Nel recupero stragiudiziale, l’impresa resta proprietaria della posizione e affida a un soggetto specializzato le attività di contatto e negoziazione. Questa strada può essere efficace quando il debitore è ancora operativo e può sostenere un piano di pagamento.

L’azione giudiziale può essere valutata quando il credito è documentato e il debitore non collabora. Prima di iniziare, però, è essenziale verificare se esistano beni o disponibilità concretamente aggredibili. Ottenere un provvedimento favorevole non garantisce, da solo, l’incasso.

Il factoring risponde soprattutto a un’esigenza continuativa di gestione e smobilizzo dei crediti commerciali. L’anticipo fatture, invece, permette di ottenere un finanziamento collegato alle somme che l’impresa deve ricevere, senza coincidere necessariamente con una vendita definitiva del credito.

Lo stralcio segue un’altra logica. Il creditore accetta di chiudere la posizione ricevendo una somma inferiore rispetto al valore nominale, perché ritiene che il recupero integrale sia troppo incerto o costoso. L’approfondimento Stralcio crediti: che cos’è e come funziona analizza questa soluzione e le sue implicazioni per le imprese.

Quando la posizione è già deteriorata, la valutazione può essere inserita in una strategia più ampia di gestione degli NPL. Il contenuto NPL 2026: tutte le novità del mercato della cessione dei crediti approfondisce l’evoluzione di questo settore.

Mercatoria affianca imprese e professionisti nella valutazione, acquisizione e gestione di crediti commerciali, fiscali, deteriorati e collegati a procedure concorsuali. L’obiettivo è individuare la soluzione coerente con il valore reale della posizione e con le esigenze finanziarie dell’impresa.

Non tutti i crediti devono necessariamente essere ceduti. In alcune situazioni è preferibile mantenerli e intervenire sul recupero. In altre può essere più razionale definire un accordo con il debitore oppure trasferire la posizione.

La valutazione preliminare serve proprio a evitare decisioni basate soltanto sull’importo nominale o sull’urgenza del momento. Permette di esaminare i documenti, comprendere la natura del debitore, stimare i tempi e confrontare le diverse alternative.

Per un’azienda, il punto non è semplicemente liberarsi di un credito insoluto. Il punto è capire quale scelta consenta di recuperare il maggior valore possibile, limitando rischi, costi e immobilizzo finanziario.


Il contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione legale, fiscale o contabile riferita alla singola operazione.

Articolo redatto con la supervisione di Stefano Lorusso, CEO di Mercatoria SpA

Cosa significa cessione dei crediti?

La cessione dei crediti è il trasferimento del diritto di incassare una o più somme dal creditore originario a un altro soggetto. Può riguardare un singolo credito oppure un intero portafoglio.

Chi può cedere un credito?

Può cedere il credito chi ne è legittimo titolare, a condizione che la posizione sia trasferibile e non esistano divieti di legge o clausole contrattuali opponibili.

Chi può acquistare un credito?

Può cedere il credito chi ne è legittimo titolare, a condizione che la posizione sia trasferibile e non esistano divieti di legge o clausole contrattuali opponibili.

Si può cedere un credito non ancora scaduto?

Sì, è possibile cedere anche un credito non ancora scaduto. In questo caso l’operazione viene spesso utilizzata per anticipare la liquidità rispetto alla data prevista per il pagamento.

Si può cedere un credito già insoluto?

Sì, un credito scaduto può essere ceduto se esiste, è identificabile e non è prescritto. L’insoluto avrà però una valutazione legata alle effettive possibilità di recupero.

Si può cedere un credito contestato?

Un credito contestato può essere ceduto, ma la contestazione incide sul rischio e sul valore della posizione. Il cessionario deve essere informato in modo completo sulla natura del conflitto.

La cessione del credito deve essere registrata?

La necessità e le modalità di registrazione dipendono dalla forma dell’accordo, dalla natura dell’operazione e dal regime fiscale applicabile. La valutazione deve essere svolta sul contratto concreto.

La fattura è sufficiente per provare il credito?

Non sempre. La fattura è un documento rilevante, ma può essere necessario dimostrare anche il contratto, l’ordine, la consegna e la corretta esecuzione della prestazione.

Il debitore può rifiutarsi di pagare il nuovo creditore?

Il debitore non può rifiutare il pagamento soltanto perché il credito è stato ceduto. Può però opporre le contestazioni e le eccezioni legittimamente collegate al rapporto originario.

Mercatoria Spa

Mercatoria Spa è una società indipendente con regolare licenza ai sensi dell’art 115 del TULPS.
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